Storia

Il Cilento, nato da colonizzazioni dapprima greche, successivamente romane, terra di cultura, patria della “Scuola Eleatica”, risulta essere il trait-d’union fra classicismo e modernità.

Ma lo stacco non è così netto. Dalla fiorente cultura ellenica, si passa alle abitudini che iniziano a prendere piede nel medioevo, come la coltivazione dei campi, la pesca e la cacciagione. La miseria inizia a farne da padrone, e tutto quello che si riusciva a procacciare – il necessario per vivere – era tutto ciò che la terra potesse offrire.
Le abitudini dei Greci, sono state così mantenute e conservate nei millenni.

Questo stile di vita assume un rilievo quando il fisiologo statunitense Ancel Keys restò colpito proprio dalle abitudini alimentari della popolazione del Cilento, che aveva avuto occasione di conoscere attraverso le sue esperienze militari dato che era stato tra i soldati protagonisti dello sbarco a Paestum nel 1944. L’esperienza italiana portò Keys a trasferirsi nel nostro paese, e precisamente a Pollica, dove poté approfondire i suoi studi sugli effetti che l’alimentazione meridionale aveva nei confronti delle malattie cardiovascolari, le stesse che oggi coinvolgono la maggior parte delle popolazioni occidentale e che hanno origine proprio da una cattiva alimentazione.
Partendo dalle abitudini alimentari delle popolazioni rurali del Cilento, Keys comprese come la scarsa incidenza di malattie cardiovascolari fosse dovuta proprio al tipo di alimentazione condotta, uno stile di vita basato su pane, pasta, verdure, olio extravergine di oliva, pesce e carne, proprio gli alimenti che tutt’oggi la dieta mediterranea prevede, con una ripetizione ciclica settimanale.

Il modello, a cui Keys e a cui oggi i nutrizionisti di tutto il mondo fanno riferimento, è la ben nota piramide alimentare alla cui base ci sono cereali, preferibilmente integrali, che possono essere assunti sotto forma di pasta, polenta, pane, patate, cui vanno aggiunte verdure e frutta di stagione in abbondanza, una modica quantità di latticini, uova, carni, pesce e legumi, senza dimenticare l’apporto della frutta secca, con la concessione di poter consumare una vola a settimana cibi ricchi di grassi come salumi e dolci, seguendo l’esempio dei cilentani del dopoguerra che conservavano questa “concessione” alla domenica.

Questo stile di vita era già noto nell’antica Grecia, ad opera dei medici della scuola ippocratica .
Secondo i medici  ippocratici per mantenersi in salute era necessario l’equilibrio fra i 4 umori (sangue, bile gialla, bile nera e flemma), e un loro sbilanciamento era causa di malattia. Il cibo era considerato l’elemento in grado di riportare l’equilibrio, quindi la guarigione. La dieta mediterranea sarebbe nata dalla ricerca di trattamenti per sconfiggere le malattie: alcuni medici ippocratici hanno anche scritto veri e propri libri di cucina.

La dieta antica assomiglia alla moderna dieta mediterranea, senza le arance e i limoni che sono arrivati dalla Cina, e i pomodori dall’America, ed è basata soprattutto sui vegetali della regione, che in genere i medici preferivano rispetto ai prodotti importati. Inoltre l’antica area mediterranea non era abitata da un gran numero di animali, quindi il consumo di carne era limitato, così come consigliato dalla dieta mediterranea moderna. Il suolo produceva i cibi ricchi di sapore utilizzati per rendere palatabili i cereali.
Medici famosi come Galeno di Pergamo ponevano particolare attenzione sull’importanza di migliorare il sapore di alimenti semplici cucinandoli, di scegliere ingredienti di qualità e di seguire la loro stagionalità

Questo il modello della piramide della dieta mediterranea, oggi Patrimonio culturale immateriale dell’Umanità e la cui importanza viene celebrata ogni anno il 16 novembre.

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